Giuseppe C.
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Mesi fa, dopo avere dettagliatamente informato la Procura, ho scordato di aggiornare la recensione che mi fu gentilmente caldeggiata dall'architetta Norma Campli e che si aggiunse ai giudizi di tre suoi colleghi. Provvedo ora, rammaricandomi della dimenticanza.
Il disappunto che mi ha indotto a rivolgermi alla magistratura è nato dal confronto fra il contratto per rinnovare la facciata di casa mia e il computo metrico che la Campli mi consegnò con circa 6 mesi di ritardo rispetto alla stipula dell'atto, dopo miei ripetuti solleciti e dopo che ogni somma era stata versata.
Dall'esame dei due documenti emerge che l'architetta e suo padre, direttore dei lavori, a cui avevo affidato l'incarico, hanno intascato oltre il 20% dell'intervento edilizio (spesa totale di 120.000 euro, di cui 100.000 per compensare la ditta, Iva compresa), una percentuale inconsueta e per me fuori mercato, a cui va aggiunto un anticipo in contanti di cui non ho visto la fattura. Preciso che non è stata svolta alcuna progettazione, poiché l'edificio è rimasto inalterato.
Non solo: nel computo metrico - depositato in Municipio - figurano voci di fantasia, come quelle per un bagno chimico (obbligatorio ma mai installato); per una sorta di esoso raccordo fra pavimento e parapetto della terrazza, mai notato; per lo smontaggio, il rimontaggio e addirittura la riparazione di 10 apparecchiature elettriche di cui non avevo conoscenza, essendomi accorto soltanto della distruzione di 14 lampade esterne su 20.
La ventina di sopralluoghi, allietati da amene conversazioni e pagati al 40% da me e al 60% dallo Stato, non è bastata a far sì che l'architetta si accorgesse dei gocciolatoi dei balconi che trattenevano l'acqua piovana, di un cornicione con il lato Ovest più basso di 20 centimetri del lato Est, di un grosso cancello in ferro battuto divelto dal camioncino dei muratori.
Ho rilevato queste e altre "dissonanze" a seguito dello sconcerto creato da una dichiarazione di congruità della spesa per cui mi ero rivolto alla Campli, in relazione a ulteriori lavori per poco più di 24.000 euro e al tentativo di cessione dei crediti alle Poste. Per 23 righe di asseverazione (ripeto, 23), l'architetta Campli ha chiesto 500 euro che sono poi aumentati di 20 euro (per l'Inarcassa) nell'apprendere che avrei usato un bonifico bancario. Quando le ho comunicato che, fra gli altri documenti, mi aveva recapitato una polizza professionale scaduta, mi ha esortato a compensarla dopo l'esito trasmesso dalle Poste, considerando la gravità e le probabili conseguenze dell'errore. Però la fretta di incassare l'ha spinta a battere cassa più volte fino a metà aprile, allorché l'ho informata che il ministro Giorgetti aveva bloccato da giorni ogni cessione dei crediti.
Mi sono domandato: se per 500 euro (anzi, 520 euro) la signora è così ansiosa, che cosa potrebbe essere accaduto nel momento in cui la somma da riscuotere superava i 20.000 euro? Da qui, un'attenta analisi dei conteggi, a cui è seguita una Pec in cui la pregavo di illustrarmi i motivi degli esborsi senza riscontro reale, a chi erano state destinate le spese professionali e per quali mansioni. Come risposta, sono stato invitato a partecipare a un riunione, nella quale ognuno - impresa edile compresa - avrebbe spiegato la propria prestazione. Ho replicato che mi ero rivolto a lei e non ad altri, che era lei a dovermi fornire spiegazioni e che, se la sua condotta fosse stata cristallina, non intravvedevo alcun problema nel mettere tutto per iscritto. Dopo parecchi mesi, non non so ancora chi ho remunerato, per quanto e per che cosa.